Il Kottabos: gioco, rito e seduzione nel simposio greco ed etrusco
Il kottabos fu uno dei passatempi più emblematici dei simposi dell’antica Grecia, diffuso tra il VI e il IV secolo a.C., in particolare nella Magna Grecia e ad Atene. Non si trattava soltanto di un semplice gioco da tavola: era un esercizio di abilità fisica, un gesto ritualizzato e — non di rado — un atto carico di connotazioni erotiche e sociali. La letteratura antica, la ceramografia e le fonti archeologiche ci forniscono numerose testimonianze che ci permettono di ricostruirne le dinamiche e il significato.Il kottabos nacque probabilmente in Sicilia o in Magna Grecia (si veda: Athenaeus, Deipnosophistae, XI, 784c), per poi diffondersi ad Atene e nel resto del mondo greco. Secondo Ateneo di Naucrati, già i Sicelioti lo praticavano con regolarità, e da lì passò ai Greci continentali, assumendo varie forme a seconda delle aree e dei periodi.
La sua fortuna si estinse nel IV secolo a.C., e nel periodo ellenistico e romano non se ne trovano più attestazioni pratiche, benché sopravviva nella memoria letteraria.
Consisteva nel lanciare con destrezza il fondo del vino rimasto nella coppa (kyathos o kylix) verso un bersaglio. Il gioco aveva numerose varianti:
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Kottabos kataktos (κοτταβὸς κατακτός)
Il bersaglio era costituito da un disco (πλάστηρ, plaster), sospeso sopra un’asta, che doveva essere fatto cadere centrando la base con il vino residuo. Il vino doveva essere lanciato in modo che producesse un rumore tipico, katabē, da cui forse il nome stesso. -
Kottabos diaphorikos (διαφορικός)
Due o più partecipanti si sfidavano cercando di far cadere più bersagli possibili, spesso con premi simbolici (corone, ghirlande, baci). -
Kottabos ep' erōti (ἐπ' ἔρωτι)
Il partecipante pronunciava il nome dell'amato o dell’amata mentre lanciava il vino: se centrava il bersaglio, era considerato un presagio positivo nei confronti dell’amore desiderato.
La destrezza non era l’unico elemento richiesto: si trattava anche di una dimostrazione di stile, grazia e controllo del corpo — qualità molto apprezzate nell’ideale aristocratico greco.
Il kottabos era un momento performativo in cui si mettevano in scena i rapporti interpersonali e l’eros. Era spesso giocato in un contesto in cui erano presenti anche etère, musici, e giovani efebi: la sensualità del gesto, unita all’ambiente conviviale e al consumo di vino, faceva del gioco un’occasione di flirt, di affermazione personale e, talvolta, di sfida.
Come osserva Oswyn Murray (Sympotica, 1990), il simposio era una forma ritualizzata di consumo del vino, dotata di regole simboliche e sociali. Il kottabos si inseriva perfettamente in questo schema come rito ludico, in cui l’ebbrezza era controllata e incanalata in forme estetiche e socialmente codificate.
Numerosi autori antichi menzionano il kottabos. Oltre ad Ateneo di Naucrati, che nel Deipnosophistae raccoglie molte testimonianze, anche Anacreonte e i poeti lirici lo celebrano, spesso in tono amoroso:
“Lancerò il kottabos per il mio dolce amore, e se colpirò il bersaglio, sarà lui mio stanotte.”
— Anacreonte, fr. 75 Gentili-Prato
Lo stesso Platone, sebbene critico dei piaceri del simposio in senso edonistico, fa riferimento al kottabos nel Simposio, suggerendo quanto fosse noto e diffuso presso l’élite intellettuale e sociale dell’Atene classica.
L’arte vascolare attica del V e IV secolo a.C. ci ha lasciato numerose rappresentazioni del kottabos, in particolare su kylikes e crateri. Una delle immagini più celebri è quella conservata presso il Museo Archeologico di Berlino, in cui un giovane è raffigurato nell’atto di lanciare il vino con la kylix inclinata, il braccio alzato in modo plastico.
Queste scene spesso si accompagnano a dettagli erotici o a motivi che rafforzano l’atmosfera conviviale e amorosa del simposio. Lo studioso François Lissarrague (Un flot d’images, 1987) ha mostrato come l’iconografia simposiaca fosse un vero e proprio teatro sociale del maschile aristocratico, e il kottabos ne era una delle comparse più cariche di significato.
Bibliografia essenziale
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Ateneo di Naucrati, Deipnosophistae, XI, 782–785.
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Anacreonte, Fragmenta, ed. Gentili-Prato.
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Murray, Oswyn (ed.), Sympotica: A Symposium on the Symposion, Oxford University Press, 1990.
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Lissarrague, François, Un flot d’images: Une esthétique du banquet grec, Paris, La Découverte, 1987.
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Davidson, James, Courtesans and Fishcakes: The Consuming Passions of Classical Athens, HarperCollins, 1997.
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Boardman, John, Athenian Black Figure Vases, Thames and Hudson, 1974.



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