Sparta, i bambini “deformi” e la costruzione di un mito storiografico
Tra le mie letture di questa estate, Sparta di Laura Pepe (Laterza, 2024) mi ha offerto lo spunto per tornare su una delle immagini più persistenti della storia spartana: quella dei neonati sottoposti a una sorta di selezione eugenetica pubblica e, qualora giudicati deformi o troppo deboli, eliminati sul Taigeto. È una nozione talmente radicata nella divulgazione, e spesso anche nella manualistica, da avere acquisito la forza apparente dell’evidenza. Eppure, tornando alle fonti, il quadro diventa assai meno sicuro.
La celebre procedura non è infatti descritta dagli autori più vicini alla Sparta classica nei termini in cui siamo abituati a conoscerla. La testimonianza sulla quale sostanzialmente poggia questa ricostruzione è molto più tarda: Plutarco, Vita di Licurgo 16, 1-2, autore di età imperiale che riferisce una pratica attribuita alla legislazione licurgica molti secoli prima. Secondo la lettura tradizionale del passo, il padre doveva presentare il neonato ai πρεσβύτατοι della tribù, i quali ne valutavano le condizioni fisiche. Se giudicato εὐπαγὲς καὶ ῥωμαλέον, ben formato e robusto, ne disponevano l’allevamento; se invece appariva ἀγεννὲς καὶ ἄμορφον, veniva destinato ai cosiddetti Ἀποθέται, un luogo scosceso presso il Taigeto. Da qui deriva l’immagine, divenuta quasi proverbiale, dell’infanticidio spartano istituzionalizzato.
Ma è proprio il testo di Plutarco a essere oggi nuovamente interrogato.
Laura Pepe ha affrontato specificamente il problema nel saggio Deformità o illegittimità? Alcune considerazioni sul νόμος licurgico relativo all’ἀγεννὲς καὶ ἄμορφον (Plut. Lyc. 16.1-2) del 2023, riprendendolo poi in Sparta e l’eugenetismo. Le leggi di Licurgo e i criteri di selezione degli spartiati del 2025. La sua proposta è particolarmente interessante perché non si limita a discutere l’attendibilità storica dell’aneddoto, ma interviene sull’identificazione stessa dei soggetti sottoposti allo scrutinio. Secondo Pepe, infatti, l’esame dei πρεσβύτατοι potrebbe non avere riguardato dei neonati, bensì bambini giunti all’età dell’ingresso nell’ἀγωγή, dunque intorno ai sette anni. Anche l’espressione ἀγεννὲς καὶ ἄμορφον viene sottoposta a riesame: ἀγεννής potrebbe rinviare non semplicemente alla debolezza fisica, ma a una nascita non conforme ai requisiti della legittimità.
La prospettiva cambia radicalmente. Non avremmo necessariamente una commissione incaricata di selezionare biologicamente i neonati, quasi fosse un’anticipazione dell’eugenetica moderna, ma una procedura destinata a verificare l’idoneità all’ingresso nella comunità civica spartiate e nel suo sistema educativo. Naturalmente occorre cautela. Siamo davanti a una proposta esegetica, non alla dimostrazione che a Sparta l’esposizione infantile non sia mai esistita. Un conto è ammettere la possibilità dell’abbandono o della soppressione di neonati, fenomeni conosciuti nel mondo antico; altro è postulare una procedura pubblica, sistematica ed “eugenetica” specificamente spartana. È soprattutto quest’ultima costruzione che appare oggi molto meno solida.
La rilettura di Pepe si inserisce, peraltro, in un ripensamento più generale. Debby Sneed, in Disability and Infanticide in Ancient Greece (Hesperia 90.4, 2021, pp. 747-772), ha riesaminato le testimonianze normalmente utilizzate per sostenere che l’eliminazione dei bambini disabili costituisse una pratica ordinaria nel mondo greco. Il confronto tra fonti letterarie e documentazione archeologica e bioarcheologica restituisce una realtà molto più complessa, nella quale sono documentabili anche sopravvivenza e cura di individui affetti da patologie congenite.
Per un archeologo è un richiamo metodologico importante: un testo normativo, filosofico o aneddotico non può essere automaticamente trasformato nella fotografia di un comportamento sociale, così come il dato osteoarcheologico non consente, da solo, di ricostruire intenzioni e norme.
C’è poi un problema terminologico. Parlare di “eugenetica spartana” rischia di essere profondamente anacronistico. L’eugenetica appartiene a un preciso orizzonte biologico e politico moderno. Non casualmente Sparta venne successivamente utilizzata proprio all’interno di quella cultura: Pepe ricorda, fra gli esempi più inquietanti, il Zweites Buch di Hitler del 1928, nel quale l’eliminazione spartana dei bambini deboli e deformi viene celebrata come prova della superiorità dello Stato spartano. Non è l’origine del mito, naturalmente, ma rappresenta bene la capacità delle società moderne di proiettare le proprie categorie sulla Sparta antica. Ed è forse questo uno degli aspetti che più mi ha interessato nella lettura del libro di Laura Pepe: la necessità di distinguere continuamente la Sparta storica dalla storia delle rappresentazioni di Sparta.
Il caso dei bambini “deformi” diventa così esemplare del nostro mestiere. Una notizia conservata da una fonte tarda viene ripetuta per secoli; la ripetizione la trasforma in evidenza; l’evidenza entra nei manuali e, alla fine, siamo portati a leggere la fonte attraverso ciò che crediamo già di sapere. Con un ulteriore paradosso. Se allarghiamo lo sguardo a Roma, troviamo nella tradizione giuridica romana riferimenti assai più espliciti alla soppressione del neonato gravemente deforme, anche se pure in questo caso bisogna distinguere rigorosamente norma, tradizione antiquaria e comportamento effettivo. Non si tratta dunque di assolvere Sparta né di trasferire semplicemente sui Romani la vecchia accusa. La questione storicamente interessante è un’altra: come nasce un “fatto storico”, quali sono realmente le sue basi documentarie e quanto della Sparta che crediamo di conoscere appartiene invece alla lunghissima storia della sua ricezione?
Una lettura estiva che mi ha riportato, insomma, a una delle regole più elementari del nostro mestiere: tornare alla fonte soprattutto quando ciò che dovrebbe dimostrare ci sembra così noto da non avere più bisogno di essere dimostrato.
Riferimenti essenziali: L. Pepe, Sparta, Laterza, Roma-Bari 2024; L. Pepe, «Deformità o illegittimità?», Specula Iuris 3.1 (2023), pp. 7-30; L. Pepe, «Sparta e l’eugenetismo», 2025; D. Sneed, «Disability and Infanticide in Ancient Greece», Hesperia 90.4 (2021), pp. 747-772; Plut., Lyc. 16.1-2.



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