Il cavaliere di colore Raimondo de Cabanni nella Napoli angioina: una storia di integrazione silenziosa
Nel primo Trecento Napoli è una capitale politica e un organismo vivo, attraversato da uomini e destini provenienti da ogni sponda del Mediterraneo, e proprio questa natura rende possibile una delle più significative esperienze di integrazione razziale del Medioevo europeo.
In questo contesto prende forma la vicenda di Raimondo de Cabanni, cavaliere di colore, la cui presenza in città non assume i tratti dell’eccezione dichiarata, ma si radica lentamente fino a diventare parte dell’ordine urbano e politico. Raimondo giunge a Napoli come schiavo, corpo segnato da un’origine africana chiaramente percepibile, e la città, sotto il governo angioino, mostra una capacità concreta di assorbire la differenza quando questa si traduce in servizio, competenza e affidabilità.
Liberato, battezzato e inserito nella corte, Raimondo attraversa i gradini di una società rigidamente gerarchica senza che il colore della sua pelle venga cancellato o trasformato in ostacolo insormontabile; diventa cavaliere, funzionario, siniscalco della casa reale sotto Roberto d’Angiò, fino a occupare uno dei ruoli più delicati nella gestione quotidiana del potere. A rafforzare questa integrazione concorre il matrimonio con Filippa da Catania, donna di origini umili ma stabilmente inserita negli ambienti di corte come nutrice dei figli reali, un’unione che intreccia due percorsi di riscatto sociale e che viene riconosciuta pubblicamente, fino a entrare nella normalità della vita cittadina.
Attraverso questo legame familiare, Raimondo di colore assume pienamente il ruolo di capofamiglia, con discendenza, patrimonio e memoria, elementi che consolidano la sua appartenenza alla comunità urbana. L’integrazione prende forma attraverso un’accettazione silenziosa e progressiva che riflette il carattere profondo di Napoli, città abituata a convivere con la pluralità anche quando questa convivenza è attraversata da contraddizioni e ambiguità.
Napoli emerge come protagonista di questa storia, una città che, pur praticando la schiavitù, riconosce e premia il merito, trasformando uno straniero di colore in un uomo del re. Il compimento di questo processo si realizza nella morte, quando Raimondo viene sepolto nella Basilica di Santa Chiara, spazio sacro e dinastico della città angioina, riservato alla memoria ufficiale del regno. Essere accolto tra quelle mura significa essere riconosciuto come parte della storia cittadina, inciso nella pietra insieme ai sovrani e ai grandi del tempo.
In quel sepolcro riposa un cavaliere di colore e, insieme a lui, l’idea di una Napoli capace di integrare senza clamore, di includere senza cancellare, di fare della diversità una presenza ordinaria, dimostrando come anche nel Medioevo urbano l’identità potesse essere riscritta attraverso una lenta e silenziosa appartenenza.


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