Considerazioni del giorno 07 Gennaio 2025

La cultura monumentale รจ la memoria tangibile dell’umanitร , un dialogo silenzioso tra il passato e il presente che ci invita a riflettere sulle radici della nostra identitร . Ogni monumento racconta una storia: di conquiste, sogni e cadute, ma soprattutto di creativitร  e speranza. Preservare e valorizzare questi simboli non รจ solo un atto di rispetto per chi li ha costruiti, ma un dono alle generazioni future, affinchรฉ possano trovare ispirazione nella bellezza e nella conoscenza che essi custodiscono. Proteggere i monumenti significa onorare la memoria e costruire ponti tra epoche e culture, alimentando il senso di appartenenza a un mondo condiviso e ricco di diversitร .

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La Triga, il carro trainato da tre cavalli, differente dalle piรน comuni biga e quadriga, associate rispettivamente a due e quattro cavalli. Nell'antica Grecia, pur esistendo esempi di carri a tre cavalli utilizzati in contesti militari, non si hanno evidenze chiare del loro impiego in ambito agonistico¹.

Un riferimento letterario significativo si trova nell’Iliade, dove il carro di Achille viene descritto come condotto da due cavalli immortali, Balio e Xanto, e da un terzo cavallo mortale, Pedaso². Questa immagine, sebbene appartenente alla sfera mitica, rivela l'antichitร  dell'idea di una formazione equestre ternaria, probabilmente funzionale piรน alla simbologia che alla pratica sportiva.
In ambito etrusco, la triga assunse un ruolo particolare nel contesto delle corse di carri. Testimonianze iconografiche, come i rilievi su urne funerarie e gli affreschi della Tomba delle Bighe a Tarquinia³, suggeriscono l'esistenza di competizioni in cui un terzo cavallo, non vincolato al giogo, correva libero sul lato interno delle curve. Questo stratagemma tecnico aveva la funzione di facilitare le manovre del carro durante la corsa, aumentando stabilitร  e controllo in un’epoca in cui tali eventi erano carichi di significato religioso e sociale.
La triga in Etruria si inserisce quindi in un sistema simbolico piรน ampio, nel quale la competenza equestre rappresentava un segno distintivo dell'รฉlite aristocratica. Guidare una triga richiedeva infatti una maestria superiore rispetto alla biga o alla quadriga, conferendo al conduttore un prestigio particolare all'interno delle manifestazioni pubbliche e rituali.
Nel contesto romano, la corsa delle trighe rimase un fenomeno marginale. Dionigi di Alicarnasso menziona corse di trighe durante il principato di Augusto⁴, mentre alcune iscrizioni tardo-antiche confermano la continuazione sporadica di tali competizioni in epoche successive⁵. Il guidatore di una triga era denominato trigarius, termine che, con il tempo, finรฌ per indicare anche chiunque si esercitasse nel Trigarium, un'area destinata all'addestramento equestre⁶.
Particolarmente interessante รจ la riflessione di Isidoro di Siviglia sull'origine sacra delle corse dei carri. Secondo quanto riferito nelle Etymologiae, le competizioni avrebbero avuto luogo in occasione di festivitร  religiose, e ciascun tipo di carro rappresentava un elemento cosmico: la quadriga simboleggiava il sole, la biga la luna, mentre la triga veniva associata agli dรจi inferi⁷. In questa interpretazione, i tre cavalli incarnerebbero le tre fasi fondamentali dell’esistenza umana — infanzia, maturitร  e vecchiaia — suggerendo un profondo legame fra la corsa rituale e il ciclo della vita.
Cosรฌ, il carro a tre cavalli non era soltanto un mezzo tecnico o sportivo, ma un veicolo di valori simbolici e religiosi che sottolineavano il dominio dell'uomo sulla natura e il suo rapporto con il divino.
Note
Cfr. K. W. Welch, The Greek Horsemen, Cambridge University Press, 1998, pp. 112–113.
Omero, Iliade, XVI, vv. 148–152.
S. Steingrรคber, Etruskische Malerei. Vom 7. bis 2. Jahrhundert v. Chr., Philipp von Zabern, Mainz 1986, p. 217.
Dionigi di Alicarnasso, Antichitร  romane, VII, 72, 2.
CIL (Corpus Inscriptionum Latinarum) VI, 10045.
A. Cameron, Circus Factions. Blues and Greens at Rome and Byzantium, Clarendon Press, Oxford 1976, p. 85.
Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XVIII, 25, 4.

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Collaborazioni

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