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Quando nel 1532 arrivรฒ a Napoli il vicerรฉ Pedro รlvarez de Toledo, la cittร era una delle capitali piรน popolose d’Europa, ma anche una delle piรน turbolente. Al servizio di Carlo V, Toledo sognava una capitale ordinata, fedele e sotto controllo.
Fu in questo contesto che, intorno al 1536, nacquero i Quartieri Spagnoli: un reticolo razionale di strade progettato per ospitare le truppe spagnole, ma anche per vigilare sul cuore della cittร .
Il potere si traduceva in architettura: disciplina, geometria e controllo militare.
Ma il tempo trasformรฒ quell’esperimento politico in un crogiolo umano.
Tra i vicoli nati per la guerra, la vita prese il sopravvento: botteghe, famiglie, venditori, suoni e dialetti si fusero con l’impronta iberica.
Nasce cosรฌ quel “napoletano ispanico” che lo storico Francisco Elรญas de Tejada definรฌ con parole provocatorie:
“Napoli non era Napoli, era la Spagna.”
E in effetti, nel Cinquecento, molti napoletani si sentivano parte di un orizzonte ispanico piรน vasto.
Il lessico si arricchรฌ di ispanismi (da “azzeccare” a “chitarra”, da “barracca” a “guardia”), le istituzioni seguirono modelli spagnoli, la religiositร popolare adottรฒ santi e riti iberici.
Non si trattรฒ di dominazione, ma di ibridazione: Napoli assimilรฒ la Spagna e la restituรฌ trasformata, con il calore e l’ironia del Sud.
Oggi, passeggiando nei Quartieri Spagnoli, tra le voci che rimbalzano sui muri e i panni stesi tra un balcone e l’altro, si puรฒ ancora percepire quell’antico intreccio di potere e popolo, di castigliano e napoletano, di storia e identitร .
Un piccolo miracolo urbano dove, come direbbe De Tejada, la Spagna non รจ mai del tutto andata via, si รจ semplicemente fatta Napoli.



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