Paolo di Tarso e la nascita del cristianesimo: una rifondazione oltre il giudaismo
La predicazione di Gesù si inseriva nel solco profetico dell’ebraismo. L’annuncio del Regno di Dio, la centralità della Torah e il riferimento costante alle Scritture ebraiche rivelano un radicamento profondo nel contesto giudaico. I suoi discepoli, dopo la sua morte, non abbandonarono la Legge né le istituzioni ebraiche: Pietro, Giacomo e Giovanni continuarono a frequentare il Tempio di Gerusalemme e mantennero le pratiche rituali della loro tradizione (Atti 2–5). Il cosiddetto "cristianesimo delle origini" era, di fatto, una corrente messianica interna al giudaismo.
Paolo, ex fariseo e persecutore dei cristiani, dopo la sua conversione sulla via di Damasco (Atti 9) intraprese una missione rivolta soprattutto ai gentili (cioè i non ebrei). È proprio qui che si colloca il primo elemento di frattura: l’ingresso dei pagani nel movimento cristiano poneva il problema dell’osservanza della Legge mosaica. Paolo, nel suo epistolario, prende una posizione netta: la giustificazione avviene per fede in Cristo, non per le opere della Legge (Gal 2,16). La circoncisione, i precetti alimentari, il rispetto del sabato – elementi essenziali dell’identità ebraica – vengono declassati a pratiche non necessarie alla salvezza.
La dottrina paolina propone una teologia universale del Cristo, che trascende i confini etnici e religiosi dell’ebraismo. Scrive nella Lettera ai Galati: «Non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Si tratta di una frattura rivoluzionaria rispetto alla visione degli apostoli legati alla tradizione mosaica.
Questa visione non era condivisa dagli altri apostoli, come dimostra il celebre episodio del Concilio di Gerusalemme (Atti 15; Galati 2). Il tema era cruciale: i convertiti pagani dovevano essere circoncisi e osservare la Legge? Paolo si oppone fermamente, sostenendo che imporre la Torah ai gentili equivaleva a svuotare di significato la croce di Cristo.
Il conflitto raggiunge il suo apice ad Antiochia, dove Paolo rimprovera pubblicamente Pietro per la sua ambiguità: inizialmente aperto verso i cristiani non giudaizzanti, questi si ritrae per timore del giudizio degli ebrei osservanti (Gal 2,11-14). Paolo lo accusa di ipocrisia, sottolineando così la distanza non solo comportamentale, ma anche dottrinale tra i due.
Molti studiosi del Novecento e contemporanei hanno sottolineato che Paolo, più che un fedele trasmettitore del messaggio di Gesù, ne fu un innovatore radicale. Secondo Hyam Maccoby, Paolo ha “inventato” il cristianesimo, fondendolo con elementi della filosofia greca, della mistica orientale e dei culti misterici dell’epoca. Maccoby scrive: «Paolo fu, in breve, un furbo avventuriero che mise insieme una nuova religione da frammenti di qua e di là, e poi la rivestì con una spruzzata di citazioni fuori contesto della Torah» .
Anche autori come Jacob Taubes hanno proposto una rilettura di Paolo come pensatore politico e teologico che scardina l’ordine religioso giudaico fondandone uno nuovo, centrato sul tempo messianico e sulla sospensione della Legge. Taubes afferma: «Paolo non è un teologo della Chiesa, ma un pensatore politico che annuncia la fine della Legge e l’inizio di una nuova era» .
Dal punto di vista teologico, Paolo ha posto le basi concettuali per una religione universale, emancipata dalle radici ebraiche. La sua visione della croce come evento salvifico cosmico, la dottrina del peccato originale e della giustificazione per fede, e l’idea della chiesa come “corpo mistico” di Cristo sono elementi estranei alla predicazione di Gesù, ma fondamentali nella dottrina cristiana successiva.
Paolo di Tarso ha svolto un ruolo cruciale nella nascita del cristianesimo come religione distinta dal giudaismo. Il suo pensiero ha spostato l’asse della fede cristiana dalla Legge alla grazia, da Israele all’umanità intera, dalla Torah alla croce. Questa trasformazione non fu indolore né unanimemente accettata: i contrasti con Pietro e con i discepoli di Gesù ne sono la testimonianza. In definitiva, si può affermare che Paolo non fondò il cristianesimo in senso istituzionale, ma ne fu il principale architetto teologico. Egli trasformò un movimento messianico ebraico in una religione universale, aprendo la strada a quella che, nei secoli, sarebbe diventata una delle fedi più diffuse e influenti della storia umana.



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