๐๐ข๐๐ฅ๐๐ฌ๐ฌ๐ข๐จ๐ง๐ข ๐ฌ๐ฎ๐ฅ๐ฅ’๐๐ญ๐๐ฅ๐ข๐ ๐ ๐ฌ๐ฎ๐ฅ๐ฅ’๐ข๐ง๐๐จ๐๐ซ๐๐ง๐ณ๐ ๐ฌ๐ญ๐จ๐ซ๐ข๐๐ ๐๐ข ๐ฎ๐ง ๐ฉ๐จ๐ฉ๐จ๐ฅ๐จ ๐๐ก๐ ๐ง๐จ๐ง ๐ก๐ ๐ฆ๐๐ข ๐ฌ๐๐ฉ๐ฎ๐ญ๐จ ๐ ๐ฎ๐๐ซ๐๐๐ซ๐ฌ๐ข ๐๐๐ฏ๐ฏ๐๐ซ๐จ ๐๐ฅ๐ฅ๐จ ๐ฌ๐ฉ๐๐๐๐ก๐ข๐จ.
Oggi si celebra il 25 aprile. Festa della Liberazione. Dalla dittatura. Dall’oppressione. Dal nazifascismo.
Un giorno che dovrebbe rappresentare un punto fermo nella nostra memoria collettiva, un’idea di libertร conquistata, una rinascita civile.
Eppure, ogni anno, questa data mi lascia un sapore amaro in bocca.
Lo diceva Churchill con la sua tagliente ironia: "In Italia, ci sono stati 45 milioni di fascisti prima della guerra e 45 milioni di antifascisti dopo."
Un paradosso che racchiude tutto.
In Italia, si cambia bandiera con una naturalezza disarmante. Si applaude chi grida piรน forte, si odia quello di ieri per amore di quello di oggi. Ma non c’รจ mai una presa di coscienza collettiva. Non c’รจ mai stata.
E oggi piรน che mai, in un’epoca di revisionismi a buon mercato e di social che diventano tribunali, quell’incoerenza culturale e politica si fa ancora piรน evidente.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, le campagne militari italiane furono segnate da impreparazione, approssimazione, retorica e disorganizzazione.
E non parliamo solo di logistica o strategia: parliamo di spirito, di identitร .
Abbiamo mandato uomini a morire senza una visione, senza ideali chiari, senza una vera spina dorsale nazionale. L’unica cosa che ha funzionato davvero รจ stato l’apparato di propaganda. Il culto del capo. L’illusione.
Poi, con la stessa facilitร con cui si cambia una bandiera su un balcone, ci siamo riciclati. Da fascisti a democratici. Da alleati a liberati.
E il giorno dopo, tutti antifascisti.
Ma dov’era, il popolo resistente, prima che gli eventi lo travolgessero? Dov’erano i valori? Dov’era il coraggio civile?
Questa รจ una veritร scomoda, ma necessaria da dire: l’Italia non ha mai avuto un’identitร militare unitaria, nรฉ un vero orgoglio nazionale fondato su coerenza e sacrificio consapevole.
Abbiamo sempre navigato a vista, seguendo il vento della convenienza, dell’opportunismo, del "salviamoci la faccia".
E oggi ne paghiamo le conseguenze: un Paese frammentato, con una memoria divisa, con simboli svuotati e ideali sbandierati solo quando servono.
La storia non si puรฒ cambiare, ma si puรฒ — e si deve — rileggere. Con onestร . Con spirito critico.
Celebrare il 25 aprile dovrebbe voler dire fare i conti, finalmente, con ciรฒ che siamo stati. Non per colpevolizzarci, ma per capire. Per ricostruire un’identitร collettiva che non sia solo finta retorica o slogan partigiani.
Perchรฉ un popolo che non sa guardare le proprie ombre, continuerร a camminare al buio.
E io sogno un’Italia che abbia finalmente il coraggio di accendere la luce.



Commenti
Posta un commento